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Digitalizzazione in costruzione

Il Futuro del BIM: Spunti per le Prassi

La rivoluzione del BIM: è questa una locuzione che ricorre assai sovente nella pubblicistica, ormai sterminata, che riguarda il Building Information Modeling in Italia, come altrove, secondo modalità così estensive da impressionare indubitabilmente in merito al consenso originatosi su un acronimo come questo.

Si tratta di una espressione, sempre più evocativa (in virtù della sua proliferazione acritica) che sta a indicare un cambio profondo di paradigma che, tuttavia, appare oggi presente nella retorica più che nella prassi degli operatori, nazionali come internazionali, per quanto una parte di essa abbia iniziato a utilizzarne gli strumenti, sia pure spesso al di fuori di flussi di lavoro, in maniera cosmetica o estemporanea.
Occorre, quindi, provare ad avviare un percorso ragionato, per chiarire i termini della scommessa digitale e per mettere in grado gli operatori di rispondervi.

Il mercato domestico delle costruzioni è reduce da una grave crisi strutturale che, dal 2007, per un decennio, ne ha influenzato non solo la dimensione, ma anche la natura, desertificando, ad esempio, alcune associazioni di categoria e riducendo drasticamente il reddito medio di alcuni ceti professionali.

È evidente, tra le altre cose, che il patrimonio costruito diviene, infatti, l'oggetto principale del contendere, sia per conservarlo, sia per trasformarlo, finanche per sostituirlo, così che il cosiddetto digital surveying risulta sempre più citato. Come BIM ma anche come GIS: oltre all'edificato, tuttavia, è il territorio stesso, dal punto di vista idrogeologico e sismico, che si prospetta, assieme alle infrastrutture di mobilità e alla gestione delle grandi agglomerazioni urbane (Rigenerazione, Rinascimento), come il campo elettivo di applicazione del nuovo mercato.

Al contempo, le diverse agevolazioni fiscali e finanziarie relative alla messa in sicurezza e all'efficientamento energetico degli edifici (oggi estese al condominio) hanno avuto una importante funzione di contenimento del ridimensionamento del mercato domestico in senso aggregato, che però hanno anche contribuito a preservarne, addirittura ad accentuarne, la polverizzazione: in Italia, gli organismi di carattere professionale sono assolutamente sotto dimensionati rispetto alle condizioni di concorrenzialità internazionali e le imprese strutturate del settore si sono cospicuamente ridotte sul piano nazionale.
Non paiono queste chiaramente le condizioni migliori per affrontare serenamente un processo innovativo, anche se, altrove, proprio ciò ha indotto gli operatori ad accettare di intraprendere la svolta legata alla digitalizzazione

Che cosa si nasconde, però, sotto l'acronimo BIM e, più in generale, sotto la parola digitalizzazione?

Essenzialmente, la capacità di attribuire valore computazionale al dato, qualunque esso sia, e di adottarne il carattere di trasparenza e di tracciabilità. Si tratta, invero, di due condizioni difficilmente praticabili dall'operatore medio, sia della Domanda sia dell'Offerta, in quanto, da un lato, ciò comporta una capacità di formalizzazione di richieste e di risposte lungo la catena di fornitura raramente rinvenibile, da un altro lato, di ridurre l'opacità delle transazioni che, in ultima analisi, è del tutto funzionale alle controparti.

La formalizzazione delle prestazioni implica l'esplicitazione di competenze che potrebbero essere presenti in molti casi in maniera insufficiente, senza che questo sia, nella pratica tradizionale, verrebbe da dire analogica, evidente, contrariamente a quanto accadrebbe nella ipotesi digitale.

Se si guarda a molte delle esperienze nordamericane che riguardano la digitalizzazione, tra gli altri, dei processi progettuali si osservano subito come tratti distintivi l'ingegnerizzazione dei flussi informativi e il largo ricorso alle metriche e ai dashboard; il che vuol dire che non solo l'esito della progettazione può essere espresso in modi prestazionali, ma che le stesse prestazioni professionali possono essere "misurate": in tempo reale.

Si tratta di un aspetto che denota l'importanza della "produttività" nel contesto nordamericano e, più in generale, internazionale (extraeuropeo), ma che farebbe probabilmente inorridire (l'essere "performante") il professionista domestico.

La drastica limitazione dell'appalto "integrato" e del contraente "generale" nel codice degli appalti ben testimoniano lessicalmente questa attitudine alla distinzione e alla settorialità, così come l'avversione alla concorrenza nel conseguimento del risultato atteso.

A queste considerazioni si aggiunga che tanto la Domanda quanto l'Offerta hanno una cultura "tridimensionale" (in realtà, in parte, ancora "bidimensionale") tale per cui il dato geometrico dimensionale appare tuttora maggioritario, prevalente, in termini di rappresentazione, in termini di visualizzazione: il che, ovviamente, è più che logico, ma denota una riluttanza da parte degli operatori a utilizzare anche il dato alfanumerico.

La geometria e il testo, in realtà, sono entrambi computazionali, riconducibili alla dimensione, appunto, numerica del digit, ma ciò che vede gli operatori restii è il fatto che qualora il virtuale divenga virtualizzabile, e l'oggetto delle prestazioni intellettuali si ponga come simulabile.

La simulazione, che è altra cosa dalla rappresentazione, implica una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli operatori in termini di risultato finale (di prestazionalità), che avvicina, ad esempio, gli obblighi dei professionisti a quelli degli imprenditori. Il professionista imprenditore sembra, peraltro, oltre che una locuzione ossimorica, una condizione difficilmente sostenibile per la struttura giuridica e organizzativa del tessuto professionale consolidato.

Più di tutto, però, il principio della distinzione (o, se vogliamo, della contrapposizione) tra soggetti è assunto, come detto, quale principio fondativo e identitario, irrinunciabile: che cosa accade, tuttavia, laddove si cerca di separare committenza, ideazione e realizzazione allorché il ciclo di vita dell'opera e, in special modo, il suo funzionamento nel tempo appare centrale?

Quindi, si verifica non semplicemente la necessità di introdurre elementi collaborativi tra identità, gerghi e mentalità irriducibilmente diversi (il BIM è tendenzialmente olistico), di per se stessi ardui da praticare, ma anche si ingenera una sorta di inversione dei termini, partendo dalla gestione del cespite per giungere alla sua committenza originaria.

L'affermazione corrente intorno alla natura "rivoluzionaria" del BIM, in realtà, si traduce, al contrario, nell'aspirazione a rendere maggiormente efficiente un processo che , normalmente, si vorrebbe, invece, il più possibile tradizionale.

La natura eversiva della digitalizzazione, dunque, si spera, da parte di molti, essere essenzialmente retorica: ciò che ci si auspica, comprensibilmente, è un approccio incrementale, persino consolatorio, che sia in grado, appunto, di "migliorare" una situazione oggettivamente critica, che, tuttavia, resta, nella mente di molti, sostanzialmente immutabile, o che possa essere modificata senza traumi in orizzonti temporali dilatati. La praticabilità, o la fallacia, di questa tesi, di questa aspirazione, costituisce l'oggetto principale del contendere, che si rifletterà certamente anche negli obblighi legislativi che riguardano il codice dei contratti pubblici.


BIM&DIGITAL ITALIA, come evento diffuso, continuo, quale questo Blog aspira a diventare per gli operatori, non considera questa opzione con disprezzo, con arroganza; non ritiene che la trasformazione digitale debba essere forzatamente radicale, benché lo ritenga, sul medio-lungo periodo, probabile.

Al contrario, sono macroscopici, sul breve-medio termine, i fenomeni, per quanto superficiali, di adozione parziale dei metodi e degli strumenti digitali che non si risolvono certo unicamente nel BIM.

Il Blog, così come la manifestazione, aspira, infatti, a offrire un ampio ventaglio di declinazioni e di applicazioni della digitalizzazione.

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