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Digitalizzazione in costruzione

Rivoluzione Bim, l’errore che i progettisti non devono commettere

per gentile concessione, Maggioli Editore 

Pur essendo un concetto che esiste dagli anni ’70, divenuto popolare grazie a una pubblicazione[1] del 1992 e a un libro bianco del 2003 di Autodesk intitolato proprio Building Information Modeling, solo negli ultimi anni il BIM è uscito, almeno nei Paesi più evoluti da questo punto di vista, dall’equivoco in cui sembra ancora relegato in Italia, quello dell’equivalenza BIM = modello 3D.  Spesso, putroppo, il BIM e gli strumenti ad esso legati sono ancora visti come una mera evoluzione del tecnigrafo, o del CAD per i più giovani, finalizzati alla produzione di una bella prospettiva di qualità fotografica (ormai rendering anche per noi italiani). Ovviamente non è così. Una definizione abbastanza condivisa di BIM è “processo che comprende la generazione e la gestione di rappresentazioni digitali delle caratteristiche fisiche e di funzionamento di un’opera”.

Il risultato di tale processo è, normalmente, la generazione di modelli dell’opera che rappresentano una forma di conoscenza (condivisa tra gli operatori) della stessa; conoscenza utilizzabile in tutte le fasi del ciclo di vita dell’opera, dalle primissime di ideazione alla costruzione, alla gestione e, infine, alla demolizione. La definizione sopra riportata è stata brillantemente spiegata nel 2008 da Bilal Succar, studioso libanese che lavorò in Australia (vedi immagine in testata).

All’estero, come noto, il processo di permeazione del BIM nel mondo delle costruzioni si è evoluto con maggiore rapidità, anche se non omogeneamente nei differenti Paesi, rispetto a quanto sta accadendo da noi e oggi ci troviamo di fronte ad alcuni Stati, quali ad esempio i Paesi scandinavi (in Finlandia il BIM è lo standard per la progettazione, più del 70% dei progetti dell’intero paese vengono sviluppati e gestiti con strumenti BIM) o il Regno Unito (dove dal 2016 tutti i progetti con committente pubblico sono BIM based) che rappresentano l’eccellenza nel campo.

Nei Paesi più avanzati il concetto è talmente maturo da essere frequentemente associato ad altre parole chiave nel settore delle costruzioni, e non solo, quali Mobile (l’accesso in mobilità da qualsiasi dispositivo alle informazioni sull’opera in ogni momento del suo ciclo di vita, si pensi ad esempio all’uso di dispositivi mobili per l’identificazione dei componenti di un impianto e l’archiviazione dei dati riguardanti gli interventi manutentivi sullo stesso), Field (uso delle informazioni nei modelli BIM per assicurare qualità e sicurezza nelle fasi di costruzione) e Lean (approccio che mira a gestire e migliorare i processi di costruzione, applicando il minimo costo per il raggiungimento del massimo valore, attraverso la riduzione dei fattori di spreco e la considerazione essenziale dei bisogni di cliente). Per completare il quadro, si consideri il recente recepimento in Italia della direttiva comunitaria in merito all’appalto pubblico elettronico che permette l’uso del BIM per gli appalti pubblici negli Stati Membri: “for works contracts and design contests, Member States may require the use of specific electronic tools such as of building information electronic modelling tools or similar”. In questo contesto, assieme a Francia e Germania, anche altri Stati non comunitari si stanno muovendo in modo strategico con una politica sul BIM mirata a recuperare il ritardo accumulato e, abbandonando il comportamento dei Paesi per analizzare quello delle aziende, anche potenze del calibro di Google si sono mosse. A partire dalle indiscrezioni che sono circolate in rete riguardo al progetto di Genie che avrebbe dovuto rivoluzionare il mondo delle costruzioni, dimezzando i costi di gestione dei progetti, e che invece è fallito a causa della drastica riduzione di attività della branca aziendale “Google X”, la casa di Mountain View è entrata nel mercato delle costruzione con Flux, una serie innovativa di strumenti per favorire lo scambio di informazioni tra gli attori del processo di progettazione, costruzione e gestione.

L’analisi della (controversa) ricezione del BIM presso alcune associazioni di categoria italiane induce una riflessione che riguarda l’intera filiera delle costruzioni. Spesso si è parlato di crisi ma, al di là dei numeri drammatici che riguardano gli ultimi anni (e della modesta ripresa in previsione) tutti gli analisti concordano nel non imputare solo a cause congiunturali le attuali difficoltà e che le cause strutturali debbano essere affrontate tramite una ridefinizione identitaria del settore. Come avvenuto per le formule contrattuali più evolute che si sono sviluppate per la scarsità di risorse pubbliche disponibili, probabilmente l’evoluzione (rivoluzione) del settore intero verso una nuova identità deve passare non solo per il tramite di provvedimenti legislativi puntuali, ma anche attraverso una rivisitazione (rivoluzione) dei processi aziendali di tutti gli operatori della filiera.

Il rischio è che la rivoluzione portata dai modelli digitali sia accettata passivamente o peggio vissuta come un mero cambio di tecnologia. I progettisti in particolare, ma tutti gli attori della filiera in generale, non devono e non possono vedere il passaggio al BIM come il semplice aggiornamento di una parco informatico vetusto o peggio come un qualche, ulteriore, vincolo burocratico o procedurale messo al loro lavoro.

Non possiamo rischiare di ripetere l’esperienza dei sistemi di gestione delle procedure qualità ISO 9000 o della gestione della sicurezza in cantiere, dove il principale risultato è stato la produzione di montagne di carta di noiosa lettura e spesso nessuna utilità. L’uscita dalla crisi del settore e il nostro futuro di tecnici passa attraverso la rivisitazione dei processi aziendali di ciascun operatore di filiera e implica un’azione di acculturamento delle organizzazioni che in essa operano alla luce di una razionalità di sistema.


[1] VAN NEDERVEEN G. A., TOLMAN F. P., Modelling multiple views on buildings. Automation in Construction 1(3): 215–224, 1992

 

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